Martina Ganino

24 giugno 2007

Fondazione per l’allevamento e la diffusione del coniglio colorato

Una P ed una B sovrapposte che si fondono in un’unica forma, un raccoglitore di plastica trasparente e all’interno tanti fogli, tre mostre, un curatore, o forse sarebbe più corretto dire una curatrice, una fondazione, degli artisti, un’artista che mette a disposizione il ricavato della vendita delle sue opere, a fondo perduto, per organizzare eventi culturali, un gruppo di ragazze che si esibiscono in concerti, un coniglio colorato.

Sembrano cose diverse, senza legami tra loro ma invece addentrandoci in questo catalogo a schede, che appaga la nostra mente rateizzatrice e rateizzata, il nostro inconscio organizzato a puntate, che scopriamo lentamente, una volta alla settimana dalla psicologa o con l’amica del cuore, ci troviamo davanti ad un progetto, ad un gruppo organizzato che promuove l’arte, nelle sue svariate forme, che organizza mostre-incontri-eventi-concerti-esposizioni-vernici e potrei continuare all’infinito.

Il coniglio, non più quello in bianco e nero delle incisioni di Darer, ma quello colorato che ognuno di noi, almeno si spera, ha dentro di sé, una specie che sembra essere in via di estinzione è l’animale cui questa fondazione dedica tutte le sue energie, perché prolifichi e si diffonda, perché ognuno ne adotti un piccolo e lo curi e allevi con amore.

La Fondazione Pippa Bacca non promuove solo l’opera di questa artista, ma di molti altri anche, e certo qualcuno ha timidamente osservato che c’è una qualche somiglianza tra questa giovane e la curatrice degli eventi, Eva Adamovich, ma per forza, entrambe utilizzano lo stesso corpo, ma se parlate con l’una e con l’altra, da subito vi rendete conto di come non potrebbero essere più diverse, benché accomunate dall’amore per l’abbigliamento verde.

E poi Eva gestisce gli eventi, organizza le mostre, inventa i temi di riflessione, parla con gli artisti, Pippa invece realizza opere d’arte, riflette sul mondo, sul gesto creativo dal quale scaturisce un nuovo universo, taglia e ritaglia foto, fogli di carta, immagini e oggetti, dando loro una nuova forma, una nuova identità, una vita diversa; forse quindi bisognerebbe inventare dei nomi nuovi per queste realizzazioni, perché se la foto di un volto, di qualcuno che ha dato a Pippa un passaggio in macchina viene tagliata per diventare un mezzo di trasporto, che so, un vagone ferroviario, allora bisogna chiamarlo in altro modo, perché non si tratta più di una foto, ma non si tratta neppure di un treno.

Questa è la magia del lavoro di Pippa Bacca, questa operazione di trasformazione di un oggetto che tocchiamo e vediamo e col quale interagiamo, in qualcosa di diverso, in una nuova cosa, con un ruolo altro, che meriterebbe persino un nome che forse neppure esiste, per poter così chiamare davvero ciò che a volte non sappiamo comprendere. E questa magia è reale, Pippa la infonde in tutto ciò che fa, ed è ciò che fanno anche le altre ragazze della fondazione che insieme organizzano eventi e cantano swing.

Giorgio Bonomi

12 ottobre 2006

La verità delle forbici – Variazioni dal rasoio di Occam

L’uomo fin da quando ha cominciato a “pensare” si è posto dei problemi le cui soluzioni ha trovato, via via, nella mitologia, nella religione, nella filosofia, nella scienza. E se le domande in fondo sono sempre le stesse, le risposte sono sempre diverse e più adeguate a seconda dello sviluppo delle facoltà del pensare.

Anche l’arte transita in questi campi, tuttavia questa, più che dare soluzioni, ha preferito porre domande o, se si vuole, si è fermata a risposte pre-logiche, data la sua natura e la sua funzione.

Uno dei problemi su cui l’uomo si è sempre arrovellato è quello dell’essere e dell’apparire di una cosa, reale o mentale, e del suo rapporto con la parola che la definisce: che cosa è vero e reale? Ciò che noi vediamo o un qualcosa che l’occhio non percepisce? Eraclito diceva che un fiume non è mai lo stesso perché l’acqua che scorre ne fa un’entità sempre diversa, eppure il “nome” è sempre lo stesso. Gli idealisti estremi affermavano che la realtà di una cosa è data dal pensiero che la pensa, salvo poi farsi male sbattendo, nel buio di una stanza, una gamba su una sedia che, non pensata, non esisteva! Gertrude Stein, la grande amica di Picasso, diceva che “una rosa è una rosa, una rosa, una rosa”. Ma non è vero, e Pippa ce lo dimostra, evidenziando quale complessità si cela dietro alle cose semplici e quante possibilità esistono per stabilire definizioni stabili la cui riduzione, il famoso rasoio di Occam, rischia di complicare ancor più le cose.

La giovane artista prende una foglia vera, poi la ritaglia con le forbici, crea così un’altra foglia di diversa forma, che costituisce l’opera. Ma questa seconda foglia è “vera” anch’essa? Certamente. Ma come possiamo definirla? Con il nome della foglia originaria o con il nome di quella di cui ha assunto l’aspetto?

Qui si pone un altro problema (simile al precedente): qual è il limite tra naturale e artificiale? Nessuno può negare che la seconda foglia sia “naturale” nella sua materia, tuttavia è “artificiale” per la manipolazione dell’artista.

Queste opere di Pippa Bacca ci si presentano serene, dolci, liriche quasi, eppure abbiamo visto quali problemi sottendono e lei stessa sembra esserne consapevole quando le titola “mutazioni chirurgiche”, stravolgendo le apparenze e trasformando in dramma quella presunta idillicità.

In una serie di lavori più recenti il pensiero di Bacca si articola maggiormente: fotografa le persone che le danno un passaggio in autostop, poi ritaglia le fotografie in modo da creare l’immagine di un mezzo di trasporto, terrestre, marino e aereo. Per un verso qui c’è una buona dose di cinismo, dato dal trasformare le persone gentili, con un processo di “cosizzazione”, in un mezzo di trasporto – che, poi, è quello che originariamente Pippa cercava -, per un altro c’è tutta la mitologia del viaggio che, da Ulisse all’on the road, al nomadismo, ha sempre affascinato l’uomo, con tutto ciò che questo comporta.

Ecco, allora, come un’arte apparentemente disinvolta, ironica, “leggera”, ci induce a riflessioni “alte” che oltrepassano il piacere dell’occhio e ci ricordano che l’uomo, se è tale, è stato fatto per “seguir virtute e conoscenza”.


Since he began to “think” man has presented himself with problems whose solutions he has found, piece by piece, in mythology, religion, philosophy and science. And if the questions are basically always the same, the answers are always different and ever more adequate according to the development of the faculty of thought.

Art too passes through these pastures, though rather than to present solutions, it has preferred to pose questions or, if you might prefer, it has halted at pre-logical responses, given its nature and its function.

One of the problems with which man has always grappled, is that of the being and the appearance of a thing, be it real or in the mind, and of its relationship with the word that defines it: what is true and what is real? That which we see or something which the eye does not perceive? Heraclitus said that a river is never the same because water which runs makes it an ever differing entity, even though the “name” be always the same. The extreme idealists hold that the reality of a thing is given by the thought that thinks it, except that one can hurt oneself by striking one’s leg, in a darkened room, against a chair, which, being not thought of, should not exist! Gertrude Stein, that great friend of Picasso’s, said “a rose is a rose, is a rose, is a rose”. But that is not true, as Pippa demonstrates, drawing attention to that complexity that hides behind simple things and to how many possibilities exist for establishing stable definitions whose reduction, the famous razor of Occam, runs the risk of complicating things even further.

The young artist takes a real leaf, then she reshapes it with scissors, so creating another leaf with a different shape, which is the work itself. But is this second leaf “real” too? Certainly. But how do we define it? With the name of the original leaf or with the name of the one whose look it has taken on?

Another question is asked here (similar to the previous one): where is the boundary between the natural and the artificial? No-one may deny that the second leaf is “natural” in its substance, though it be “artificial” through the artist’s intervention.

These works by Pippa Bacca present themselves as serene, soft, almost lyrical, though we have seen what problems they imply, and she herself seems to be aware of them in giving them the title of “surgical mutations”, upturning their appearance, rendering their supposed idyl all the more dramatic.

In a series of more recent works Bacca’s thinking expresses itself in a more complex way: she photographs the people who give her a lift while hitchhiking, then she reshapes the photos so as to create the shape of a means of transport, terrestrial, marine or aerial. On one hand, we have a good dose of cynicism here, the transformation of kind people, through a process which would convert them into things, into a means of transport – that which Pippa was originally looking for -, on the other, there is all the mythology of the journey, from Ulysses to On the Road, to the nomadic, that has always fascinated man, with all that this implies.

Here, then, with an art which is apparently easy going, ironic, “light”, we are induced to “higher” reflection that passes beyond the pleasure of the eye and which reminds us that man is fashioned to “seek virtue and cognizance”.

Gianluca Ranzi

22 agosto 2006

La scultura contemporanea sembra soffrire di un complesso di colpa al quale cerca potentemente di reagire.
Soffre per il suo ingombro, per il suo peso, per la sua forma irrimediabilmente conclusa, per il suo essere solida per necessità, per virtù e per tradizione.
Il riscatto dalle maglie di questa nevrosi di base avviene per molte strade: con la leggerezza di un alito di vento e la mimesis naturale (Calder), con la compressione e l’espansione comandata della materia (Cèsar), con la caduta della plasticità  nel gorgo senza tempo e senza spazio di un organico immaginifico (Arp), con un apparente ribaltamento concettuale delle leggi della percezione e della forma (Manzoni).

Pippa Bacca con le sue opere indica un’altra strada, un altro sintomo che fa breccia nel corpo incistato della tradizione.
Una strada maestra che da Socrate in avanti percorre come un fiume carsico, talvolta in piena luce, talvolta sotto terra, la storia trasversale della cultura umana: l’ironia.
L’ironia è l’arma della maieutica: attraverso di essa il reale, o presunto tale, si sfalda delle sue superfetazioni per mostrare il lato nascosto delle cose.

Le opere di Pippa Bacca spesso e volentieri giocano con i luoghi comuni dell’iconosfera contemporanea, con i pregiudizi e i riflessi condizionati dei comportamenti sociali.
La sua dissacrante, seppur sempre sottile, tagliente spinta ironica, nasce da un contrasto dialettico: l’uso delluncinetto, ad esempio, tradizionalmente femminile e simbolo di un universo domestico di virtù, pazienza – ci verrebbe da dire sopportazione – e sottomissione, diviene invece uno strumento di potente rottura iconoclasta attraverso la creazione di patchworks fallici o comunque esplicitamente ammiccanti alla sfera sessuale, talvolta giocati anche in installazioni di natura ambientale.

Il corto circuito di senso che queste opere inducono nasce dalla loro natura ambivalente, dal loro essere insieme esorcista ed esorcizzato, dalla compresenza di affezione e cura, di positivo e negativo: l’universo femminile si svela nella sua complessità e nella consapevolezza del suo processo storico attraverso un’analisi autoreferenziale delle sue determinazioni.

In questa luce l’opera di Pippa Bacca si inserisce in quel vivacissimo corso dell’arte contemporanea che ha avuto nel tema dell essenza femminile, per usare un noto termine psicoanalitico, uno dei sui principali oggetti di riferimento, ed ha trovato proprio nell’opera di artiste donne la sua principale voce despressione.

Lo testimoniano, dagli anni sessanta, le esperienze performative di Carolee Scheeman, Yayoi Kusama, Yoko Ono e Shigeko Kubota, fino agli anni settanta con gli interventi di Leslie Labowitz, Valie Export, Ulrike Rosenbach, Lynda Benglis e Gina Pane, sulla scorta delle teorie filosofiche-psicoanalitiche di Luce Irigaray.

Questo accenno alla studiosa francese, allontanata per le sue teorie dissidenti dalla lacaniana Ecole Freudienne, non è espresso a caso in questa sede: le opere dell’artista che presentano sagome di organi sessuali femminili e maschili, ritagliate e viste in controluce, in una serrata dicotomia tra positivo e negativo, sembrano infatti voler riproporre uno dei cardini di Speculum, l’opera della Irigaray che nel 1974 segnò un punto di non ritorno nella elaborazione teorica di quello che Virginia Woolf aveva chiamato lo sguardo sulla mia stanza.

Poiché il nostro pensiero poggia per tradizione filosofica sul principio e sul predominio dell’Uno, sull’identità, ci riesce impossibile teorizzare all’unisono un sesso e l’altro se non nella forma della specularità negativa, della sottrazione della mancanza, con la seguente conseguenza: da Platone a Lacan, se il sesso maschile è, quello femminile semplicemente non è.

L’analisi che Pippa Bacca suggerisce con le sue opere da invece conto del coinvolgimento in prima persona della donna, della sua complicità culturale, ma anche del sistema di impossibilità  che si oppone ad una sua piena autorappresentazione.
Lo stesso processo dialettico si ritrova anche nelle opere più recenti dove il tema del denaro, elaborato in curiosi festoni di cartamoneta ritagliata a mano in forma di angeli festanti, suggerisce un ripensamento sull’antinomia tra sacro e profano, su come questi due poli siano troppo spesso confusi insieme senza alcuna distinzione auxologica.
Queste opere, nella loro portata concettuale, permettono all’artista di opporre infinite varietà  contradditorie, portando chi le guarda al dubbio, fino alla consapevolezza di una crisi, di un dissidio o dell’incostanza di un giudizio aprioristico supinamente accettato.

La loro virtù sta nella loro modestia, non indicano infatti la verità assoluta, ma inficiano, falsificano alcune delle molte verità  relative che ci circondano, incrinano le mura di Gerico delle formule cristallizzate e tastano il polso con determinazione ai processi dello psichismo soggettivo e sociale.

Francesca Dell’Amore

27 dicembre 2005

Ante litteram

Spesso ho visto Pippa, miniatore del ritaglio, usare carta o cartoncini per creare mondi che vivono nell’immaginario di tutti e riportarli alla superficie, sia spiritualmente che materialmente.

Questo è avvenuto nel 2002 con la serie “popolare” delle Matres Matutae e nel 2004 con l’uovo del peccato originale, in cui Adamo ed Eva, insieme al serpente e alla mela, sperimentano situazioni relazionali differenti in mondi a forma di uovo.

Dalla antichità  italica delle Matutae retrocede alla storia biblica danzando sulle superfici della nostra storia, della cultura religiosa, con forbici antropologiche, soffiando sulle polverose memorie ataviche di noi uomini occidentali e cogliendo sotto i sedimenti millenari una possibile forma dei nostri passati interiori e collettivi.

Oggi osservo le “Surgical Mutations” e mi sembra che Pippa abbia fatto un passo nel metafisico.

La carta che usa per questi nuovi ritagli non è risultato di un processo di sintesi attuato dall’uomo, che taglia l’albero e ne fa pasta di legno per produrre fogli. È una carta sui generis, che è fornita dall’albero stesso, produttore dei fogli-foglie. Pippa agisce poi sulla foglia-foglio cambiandone l’aspetto ad altra specie rispetto a quella dell’albero d’origine.

Importante premessa di questa mutazione è la decisione da parte dell’artista di cercare una nuova comunicazione con la materia prima. Entrare in un bosco, anziché in cartoleria, e mettersi in comunicazione con l’albero, senza frapposizioni “facili”, “comode” e “borghesi”.

Nell’opera di Pippa Bacca c’è una forte qualità  comunicativa, un profondo spirito di relazione e dialogo con il pubblico. Oggi ho percepito questo spirito entrare nel naturale e mettersi in ascolto, abbandonando, e questo il passo nel metafisico, la dimensione culturale nella generazione di Surgical Mutations. L’artista ha deciso di cercare il dono del Dio della creazione primigenia nel paradiso terrestre, creato prima dell’uomo. Il senso del retrocedere a un tempo che precede la creazione dell’uomo, la trasformazione dell’oggetto naturale attraverso il ritaglio artistico, lo sviluppo concettuale che coglie le foglie modificate come articolazioni del rapporto sostanza-apparenza, tutto questo ha origine da un dono e dal suo accoglimento.